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Sessa Aurunca, Valogno, Roccamonfina (Caserta)

Domenica 26 aprile ore 10 Museo Archeologico di Sessa Aurunca nel Castello Ducale

Visita del Museo, della Cattedrale, del borgo medievale-rinascimentale di Sessa Aurunca, dell’area archeologica del Teatro Romano. Intorno alle ore 12 trasferimento a Valogno e visita del borgo dei murales, con pranzo in ristorante tipico. Infine alle 17 a Roccamonfina per visita dell’area Ciampate del Diavolo e del Santuario dei Lattani.

La visita come sempre è gratuita, biglietto d’ingresso al museo € 5, vi prego di prenotare entro venerdì 24 aprile precisando in quanti sarete a pranzo scrivendo al 328 20 28 683

Gli Ausoni sono popoli osci di probabile origine indoeuropea che si situarono fra il Garigliano e il monte Massico.

In quest’immagine la necropoli aurunca di Piscinola di Sessa Aurunca. Probabilmente gli Aurunci sono una derivazione degli Ausoni, o forse solo una forma dialettale che trasforma con rotacismo il loro primo nome (Ausonici-ausonci-auronci-aurunci).

A questo popolo ancora abbastanza misterioso sono dedicate le prime sale del Museo Archeologico Nazionale di Sessa Aurunca, posto nel suggestivo Castello Ducale della città.

Alla dominazione romana iniziata nel IV-III sec. a.C. si deve anche la costruzione del Teatro romano, avvenuta poi nel I sec. d.C. La posizione “seduta” sulla collina in posizione panoramica rimanda al nome latino sessio (sedile/posto).

Il teatro romano di Sessa è uno dei più grandi e belli della Campania, secondo solo a quello di Napoli. È stato riportato alla luce negli anni 90 e si inerpica per la rupe sotto il paese, fino a toccarne le case. 

Dai suoi spalti si vede il mare e la costa. Fu costruito sotto l’impero di Augusto e ristrutturato sotto Antonino PIo. La grandiosità dei resti e la preziosità dei decori dimostra tutto l’interesse che Roma aveva per l’antica Suessa Aurunca. Le mura si sono conservate per un’altezza di 20 metri, la cavea è di 110 metri di diametro, scavata nella collina e costruita su gallerie nelle parti più elevate. Aveva tre ordini di gradinate che potevano ospitare tra i 7000 e 10.000 spettatori. 

Caratteristico il criptoportico

Una visita speciale merita la Cattedrale dei santi Pietro e Paolo

Fu costruita nel 1113 riutilizzando in parte materiali di spoglio provenienti da antichi edifici d’epoca romana, e fu consacrata nel 1183; l’aspetto esterno attuale fu raggiunto nella prima metà del XIII sec. Secondo alcuni fu costruita su un antico tempio di Mercurio, ma oggi si tende a pensare che fu edificata sopra un edificio altomedioevale. Sessa si dice che fu un luogo ove lo stesso Pietro venne a predicare ed ebbe moltissimi martiri durante le persecuzioni. La cattedrale è disseminata di materiali di spoglio, ma anche di sculture medioevali, che rappresentano creature fantastiche e altri simboli, provenienti dai bestiari medievali, testi che descrivono animali accompagnati da spiegazioni moralizzanti e riferimenti tratti dalla Bibbia. 

I murales di Valogno

Murales e porte aperte, ecco in sintesi il fascino di Valogno, minuscola frazione collinare di Sessa Aurunca. Dal capoluogo dista una decina di chilometri e un numero variabile di tornanti: dipende da quale si sceglie tra le due strade che salgono al borgo, immerse entrambe nei boschi del Parco Regionale Area Vulcanica di Roccamonfina e Foce Garigliano. Una volta si arrivava quassù per respirare l’“aria fina” che curava le patologie polmonari… oppure per darsi alla macchia, al tempo del brigantaggio. Valogno non è mai stato un luogo particolarmente affollato, insomma, e nel secondo dopoguerra ha rischiato di diventare un paese-fantasma; per giunta, gli interventi di edilizia recente lo avevano reso grigio, coprendo di cemento le tipiche facciate in tufo. Il suo destino è cambiato grazie a Giovanni Casale e Dora Mesolella, che si sono trasferiti qui da Roma per cambiare vita e hanno dato vita al progetto I pensieri del grigio. La coppia ha radunato artisti locali e da altre città incaricandoli di realizzare una serie di murales: oggi sono quasi 50. I soggetti vanno dal treno ai Mille di Garibaldi, dall’amore alle attività artigianali, dai ritratti di personalità illustri ai briganti, per non parlare di favole, elfi e mazzamaurielli, gli spiriti dispettosi che secondo la tradizione abiterebbero nelle case. Intanto, grazie anche ai turisti richiamati dalla nuova identità di borgo d’arte, Valogno ha riscoperto le sue feste popolari e religiose, a partire da quelle dedicate a san Giuseppe e san Michele, santi cui sono dedicate altrettante chiese. Gli abitanti hanno preso l’abitudine di chiacchierare con i visitatori e invitarli nelle proprie case, come all’inizio faceva solo Dora, brava cuoca sempre pronta ad accogliere ospiti. Si passeggia, si chiacchiera sorseggiando un calice di Falerno del Massico, l’ottimo vino che si produce qui, o condividendo un cartoccio di caldarroste locali, specialità tipica dell’autunno, e quando si torna a casa ci si riscopre un po’ più ricchi di quando si è partiti. (testo tratto da https://www.italia.it/it/campania/valogno)

Ciampate del Diavolo è un sito archeologico dove si conservano impronte umane fossili: esso si trova in località Foresta nel territorio comunale di Tora e Piccilli, nelle vicinanze del vulcano Roccamonfina e vengono attribuite all’Homo Heidelbergensis o Homo sapiens arcaico.

La tradizione popolare del luogo ha dato questo nome (che in dialetto significa “impronte del diavolo) a tali orme perché solamente un demone avrebbe potuto camminare sulla lava ancora calda dell’eruzione di Roccamonfina. L’attività del vulcano è avvenuta tra 630.000 e 50.000 anni fa. L’evento che ha creato il deposito delle orme risale a una intensa fase eruttiva, di circa 350.000-385.000 anni fa.

Il Santurio della Madonna dei Lattani si trova sul monte dei Lattani, 850 metri s.l.m., uno dei tanti crateri del vasto comprensorio vulcanico del Roccamonfina, ora spento, ma attivissimo nei tempi antichi.

L’attribuzione “dei Lattani” alla Madonna e al Santuario nel suo complesso non è univocamente motivata. Vi è, infatti, chi sostiene che essa sia da riferire all’omonimo che ne indica la località di ubicazione  e/o di riferimento della Sacra Icona, ma vi è anche chi fa riferimento ad una leggendaria capretta definita “lattifera” che fu la causa del suddetto rinvenimento”miracoloso”. Altri ancora fanno riferimento a un luogo originariamente legato al culto delle fonti ed è proprio S. Maria delle Fonti che la chiama P. Francesco Gonzaga nel sec.XVI, nella sua opera De Origine Seraphicae Religionis Franciscanae de Observatia (Roma 1587- 527)

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